In allegato le osservazioni per il polo tecnologico datacenter di Magenta
News
8 GIUGNO ore 21 – sala Consiliare – Magenta ASSEMBLEA PUBBLICA “PERCHÉ DICIAMO NO AL DATA CENTER A MAGENTA”
Il Circolo del Partito Democratico di Magenta lunedì 8 giugno alle ore 21 (Sala Consiliare Via Fornaroli n. 30 Magenta) promuove – insieme a AVS Magenta, PSI Magenta, M5stelle Magenta e Rifondazione Comunista – un’ assemblea pubblica di informazione e confronto sul progetto del nuovo Data Center previsto nell’area Ex-Novaceta, un intervento di enormi dimensioni destinato a incidere in modo significativo sul futuro urbanistico, ambientale ed energetico della nostra città.
Ex Novaceta: le nostre osservazioni alla Convenzione urbanistica
La trasformazione dell’area ex Novaceta è, per dimensioni e impatto, una delle operazioni urbanistiche più rilevanti degli ultimi decenni a Magenta. Per questo il Partito Democratico di Magenta ha scelto di non limitarsi a un giudizio politico generale, ma di entrare nel merito, presentando un documento puntuale di osservazioni:
- Rafforzamento delle compensazioni pubbliche a favore della resilienza energetica del patrimonio scolastico comunale
- Studio di fattibilità per il recupero del calore residuo e teleriscaldamento urbano
- Realizzazione delle opere di urbanizzazione a scomputo
- Rafforzamento delle misure di mitigazione ambientale, acustica e paesaggistica
- Sostegno all’innovazione tecnologica comunale e sistema integrato di sicurezza urbana
- Monitoraggio ambientale ed energetico permanente dell’intervento
- Ricadute occupazionali e formative a favore del territorio
- Manutenzione pluriennale delle opere di mitigazione ambientale e delle aree verdi
- Trasparenza e accessibilità pubblica delle informazioni relative all’attuazione dell’intervento
- Parcheggio ferroviario e velostazione custodita
- Genericità delle destinazioni: riformulazione dell’articolo per esplicitare la destinazione a data center, ampiamente nota e diffusa dalla Giunta.
- Altezza dei fabbricati previsti: limitare al 15% (anziché il ~50% derivante dagli elaborati VIA) l’eccedenza per impianti e volumi tecnologici rispetto all’altezza massima di 20 m prevista dal Documento di Piano.
- Estremi della proposta di Piano Attuativo: riportare nella premessa data e numero di protocollo della proposta presentata ai sensi dell’art. 14.1 LR 12/2005.
- Esiti dell’attività di monitoraggio acque sotterranee: inserire i risultati del monitoraggio trimestrale avviato il 31 gennaio 2025 e i relativi atti di acquisizione.
- Sottoscrizione delle fideiussioni: autentica notarile (o autentica digitale notarile in caso di e-procurement) della firma del sottoscrittore delle polizze.
- Condizioni e precisazioni sulla cessione delle aree
- Realizzazione viabilità via Pacinotti – S.P. 11 (art. 7.7): chiarire i riferimenti al “diverso strumento urbanistico”, alla convenzione che lo disciplina e alle eventuali obbligazioni alternative tra realizzazione dell’opera e corresponsione del costo al Comune.
- Criteri di reversibilità dell’intervento e gestione della futura dismissione del sito
- Vizio formale della pubblicazione (osservazione numero 20)
Ha vinto il NO al referendum sulla giustizia
Ringraziamo tutti gli elettori che hanno partecipato al referendum del 22 e 23 Marzo.
Viva l’Italia!
Viva la costituzione!
Viva la democrazia!
“Abbiamo respinto una campagna arrogante, condotta con toni mai visti prima, fatta di attacchi ai giudici, mistificazioni e richiami alla paura. Ma i cittadini hanno capito che la posta in gioco era molto più alta di ciò che volevano far credere: non le carriere, i casi Garlasco, le correnti… Ma i nostri diritti, l’idea stessa di Paese che vogliamo costruire per il nostro futuro. Viva la costituzione! Viva la democrazia!”.
Lo scrive sui social Debora Serracchiani, responsabile Giustizia del Partito Democratico.
Speciale Referendum Giustizia
I prossimi 22 e 23 marzo si decide se i giudici restano davvero liberi di controllare chi governa o se l’equilibrio tra i poteri dello Stato verrà indebolito. È una scelta che tocca il lavoro, le libertà civili, le garanzie costituzionali.
Il referendum costituzionale non prevede quorum: vincerà chi riuscirà a portare più persone a votare.
Per questo abbiamo aderito al Comitato per il NO di Magenta e con altre forze politiche, delle associazioni e della società civile abbiamo costruito una campagna informativa ampia, partecipata e diffusa per far vincere il NO.
Durante il mese di marzo siamo stati presenti la domenica mattina in Piazza Liberazione, il lunedì mattina al mercato e abbiamo realizzato volantinaggio davanti all’Ospedale Fornaroli e davanti alla Stazione ferroviaria.
Insieme al Comitato del “NO” abbiamo contribuito all’organizzazione di un importante momento di confronto che si è tenuto lunedì 9 marzo all’Ideal Magenta in Viale Piemonte, 10, per ribadire e approfondire le motivazioni del “NO”.
Le ragioni del NO sono state illustrate da tre autorevoli giuristi: Simonetta Scirpo Giudice del Tribunale di Milano, Avv. Roberta Valmachino di Avvocati per il NO, Edmondo Bruti Liberati già Procuratore della Repubblica di Milano e Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati.
Una sala quella dell’Ideal gremita di tante persone e tanti giovani che hanno seguito attenti, partecipi e interessati gli interventi dei tre giuristi che con la loro analisi hanno aiutato a comprendere i punti critici della riforma e i motivi che stanno alla base della scelta di votare NO.
A margine dell’evento abbiamo intervistato Edmondo Bruti Liberati ex Procuratore della Repubblica a Milano. Con lui abbiamo analizzato alcuni punti critici della proposta di riforma. In questo video spiega perché votare NO:
Le più importanti motivazioni per il NO
Vediamole in dettaglio:
1. Com’è oggi: un solo Csm e una sola carriera
Attualmente esiste un unico Consiglio superiore della magistratura, organo di rilievo costituzionale che garantisce l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati.
È presieduto dal Presidente della Repubblica e ne fanno parte di diritto il primo presidente della Cassazione e il procuratore generale presso la Cassazione.
Gli altri componenti sono 30 consiglieri:
– 20 togati, scelti tra i magistrati e eletti dai magistrati stessi,
– 10 laici, eletti dal Parlamento in seduta comune tra professori universitari di materie giuridiche e avvocati con almeno 15 anni di esercizio.
Sul piano delle funzioni, al Csm oggi spettano: assunzioni, trasferimenti, assegnazioni, promozioni e provvedimenti disciplinari.
Esiste tutela concreta dell’inamovibilità dei magistrati, che non possono essere spostati o rimossi se non per decisione del Consiglio, con le garanzie previste dall’ordinamento.
La Costituzione – com’è attualmente – considera magistrati togati e magistrati laici appartenenti a un unico ordine, distinguendoli “soltanto per diversità di funzioni”. Giudici e pubblici ministeri seguono quindi una carriera tendenzialmente unitaria, con possibilità (oggi molto limitate) di passare da funzioni giudicanti a requirenti e viceversa, una sola volta entro 10 anni dalla nomina e devono cambiare distretto.
Questo comporta che ad esempio un PM se cambia funzione non potrà mai trovarsi a giudicare le cause di cui si era occupato o avrebbe potuto occuparsi come PM. (Legge Cartabia)
2. Che cosa cambia: due carriere e due Csm
La riforma modifica l’articolo 104 della Costituzione, precisando che la magistratura è composta da:
– magistrati della carriera giudicante (i giudici),
– magistrati della carriera requirente (i pm).
La novità principale è che fin dall’ingresso in magistratura occorrerà optare per una delle due carriere e la scelta sarà definitiva, senza più la mobilità tra funzioni.
Di conseguenza, l’attuale Csm viene “sdoppiato” in:
– un Csm della magistratura giudicante,
– un Csm della magistratura requirente.
Entrambi:
sono presieduti dal Presidente della Repubblica;
hanno come membro di diritto, rispettivamente, il primo presidente della Cassazione (per i giudici) e il procuratore generale della Cassazione (per i pm).
La composizione cambia radicalmente:
– i laici saranno sorteggiati da una lista di giuristi (professori e avvocati) predisposta dal Parlamento;
– i togati saranno estratti a sorte tra i magistrati che possiedono i requisiti stabiliti da una legge ordinaria.
Ogni Consiglio sarà formato per un terzo da laici e per due terzi da togati, resterà in carica quattro anni e i suoi membri non potranno essere nuovamente sorteggiati per il mandato successivo.
Le competenze dei due Csm restano quelle di governo della carriera dei magistrati: assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, valutazioni, conferimenti di funzioni. Perdono invece la competenza disciplinare.
3. L’Alta Corte disciplinare
Il potere disciplinare viene trasferito a un organo nuovo, l’Alta Corte disciplinare, che eserciterà la giurisdizione sugli illeciti di tutti i magistrati.
La Corte sarà composta da 15 membri:
– 3 nominati dal Presidente della Repubblica;
– 3 sorteggiati da un elenco di giuristi definito dal Parlamento;
– 6 magistrati giudicanti con almeno vent’anni di anzianità e esperienza in Cassazione;
– 3 magistrati requirenti con gli stessi requisiti.
I togati saranno quindi numericamente prevalenti, ma il presidente dell’Alta Corte dovrà essere scelto tra i componenti laici, cioè tra quelli individuati dal Parlamento.
Il mandato dura quattro anni e non è rinnovabile.
Le decisioni dell’Alta Corte potranno essere impugnate solo davanti alla stessa Corte, che giudicherà in composizione diversa in grado d’appello.
Le sentenze non saranno ricorribili in Cassazione. Quindi i magistrati saranno gli unici “cittadini italiani” a non avere il terzo grado di giudizio.
Una legge ordinaria dovrà stabilire il catalogo degli illeciti disciplinari, il sistema delle sanzioni e la disciplina del procedimento.
Entrata in vigore e leggi attuative
La riforma prevede che, entro un anno dalla sua entrata in vigore (quindi dopo l’eventuale via libera referendario), il Parlamento approvi le leggi attuative necessarie a rendere operativi i due nuovi Csm, l’Alta Corte disciplinare e stabilisca le regole di dettaglio sulla separazione delle carriere e sul sorteggio. Fino a quel momento continueranno ad applicarsi le norme oggi in vigore su Csm, responsabilità disciplinare e ordinamento dei magistrati.
Alcune delle conseguenze e dei rischi della riforma
Chi sostiene il No ritiene che la riforma costituzionale, introducendo la separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente, possa incidere sull’equilibrio tra i poteri dello Stato e sull’autonomia della magistratura.
Come abbiamo visto sopra, la riforma prevede:
· l’introduzione formale di due carriere distinte per giudici e pubblici ministeri;
· la creazione di due Consigli Superiori della Magistratura separati;
· l’istituzione di una Alta Corte disciplinare con competenza sui procedimenti disciplinari dei magistrati;
di conseguenza va a modificare diversi articoli della Costituzione, in particolare gli artt. 102, 104 e 105.
Secondo alcune analisi critiche, questa riorganizzazione comporterebbe una moltiplicazione degli organi costituzionali e delle funzioni amministrative, con un aggravio stimato di circa 115 milioni di euro di spesa pubblica e un aumento della complessità istituzionale.
Inoltre, il nuovo sistema disciplinare affidato all’Alta Corte (composta da 15 membri di cui 3 scelti dal PdR, 3 scelti a sorteggio su una lista predisposta dal Parlamento, 3 sorteggiati tra giudici e 3 sorteggiati tra PM che abbiano almeno 20 anni di esperienza e che svolgano o abbiano svolto funzioni di legittimità) potrebbe introdurre nuovi margini di influenza del potere politico sull’ordinamento giudiziario.
Oltretutto l’Alta Corte può essere presieduta solo da un presidente membro laico (quelli nominati dal PdR e dal Parlamento) andando ad aumentare inevitabilmente il rischio di influenza politica se consideriamo che l’azione disciplinare può essere promossa anche dallo stesso Ministro della Giustizia.
Il problema non è strutturale ma organizzativo
Secondo una ampia parte della magistratura, le criticità della giustizia italiana (correnti, lentezza dei processi, inefficienze organizzative) non dipendono dall’assetto costituzionale, ma da problemi gestionali e organizzativi del sistema giudiziario.
Alcuni dati citati nel dibattito mostrano che:
· 12000 precari nel settore giustizia e mancanza di personale;
· circa il 77% dei magistrati non appartiene ad alcuna corrente;
· dopo la riforma Cartabia (art. 12, legge 71/2022) solo lo 0,3% dei magistrati ha cambiato funzione tra giudice e pubblico ministero (circa 30 su 9.000).
Questo elemento viene spesso richiamato per sostenere che la presunta “commistione” tra le due funzioni è ormai residuale nella prassi.
Inoltre, secondo molti costituzionalisti, l’attuale sistema garantisce comunque una effettiva autonomia del giudice rispetto all’accusa. Le statistiche sugli esiti dei procedimenti indicano infatti che una quota significativa dei processi non conferma le richieste del pubblico ministero: circa il 40% dei procedimenti si conclude con assoluzioni o esiti difformi dalle imputazioni iniziali richieste dal PM.
Per questo motivo, l’argomento secondo cui la separazione delle carriere sarebbe necessaria per garantire la terzietà del giudice non trova pieno riscontro nella prassi giudiziaria.
Inoltre, la separazione delle carriere comporterebbe anche percorsi formativi e professionali distinti, riducendo la tradizionale formazione comune tra giudici e pubblici ministeri che oggi contribuisce alla condivisione di una cultura giuridica orientata alla ricerca della legalità e non alla sola logica dell’accusa.
Criticità del sistema di sorteggio negli organi di autogoverno
La riforma introduce inoltre il sorteggio come criterio di selezione per una parte dei componenti degli organi di autogoverno della magistratura).
Secondo alcune osservazioni critiche, il sorteggio (se applicato a incarichi istituzionali di natura permanente e di elevata responsabilità) potrebbe ridurre il livello di rappresentanza e di legittimazione democratica degli organi di governo della magistratura.
Diversamente dai casi in cui il sorteggio è già previsto nell’ordinamento (ad esempio per incarichi temporanei o per funzioni limitate a singoli procedimenti), qui esso verrebbe applicato a organi con funzioni continuative e di grande rilevanza istituzionale.
Conclusione
La questione posta dal referendum non riguarda soltanto aspetti tecnici dell’ordinamento giudiziario. Si tratta di una riforma che interviene direttamente sul modello costituzionale di magistratura delineato dall’articolo 104 della Costituzione, secondo cui la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. Secondo i sostenitori del NO, le modifiche proposte non garantiscono automaticamente una maggiore efficienza del sistema giudiziario e potrebbero, nel lungo periodo, alterare l’equilibrio tra i poteri dello Stato e incidere sull’autonomia del potere giudiziario, uno dei principi fondamentali dello Stato di diritto.
Clicca qui: slide esplicative a cura del Partito Democratico.
Ci fa piacere condividere con voi il video realizzato dal blog “Il Naviglio” che spiega in modo semplice e chiaro cosa cambierà se dovesse passare questa riforma. Lo trovate a questo link:
Iniziativa del 9 marzo del Comitato per il “NO”
Lunedì 9 marzo alle ore 21 presso Ideal Magenta, in Viale Piemonte, 10.
Come PD Magenta insieme al Comitato del NO del Magentino abbiamo contribuito all’organizzazione di questo importante momento di confronto che si terrà lunedì 9 marzo alle ore 21:00 all’Ideal Magenta in Viale Piemonte, 10, per ribadire e approfondire le motivazioni del “NO” al referendum costituzionale del prossimo 22 e 23 marzo.
Le ragioni del NO saranno illustrate da tre autorevoli giuristi, tra cui Edmondo Bruti Liberati, già Procuratore della Repubblica di Milano e Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati.

Vi aspettiamo lunedì 9 marzo, non mancate!
Lavoriamo tutti per far vincere il NO e difendere la Costituzione della nostra Repubblica.
Per approfondire i contenuti del Referendum costituzionale sulla giustizia:
https://partitodemocratico.it/referendum-costituzionale-giustizia-tempi-quesiti
Per approfondire e seguire l’impegno del comitato sul Comune di Magenta
Referendum costituzionale sulla giustizia
Il 22 e 23 marzo, l’Italia si trova di fronte a un bivio cruciale: il referendum sulla riforma Meloni/Nordio. Questa proposta non è solo una questione giuridica; è un attacco diretto alla nostra Costituzione, all’autonomia della magistratura e all’equilibrio tra i poteri dello Stato. La riforma mira a piegare la giustizia al volere del governo, eliminando l’unico argine rimasto ai soprusi dei potentati economici e delle forze politiche più estremiste.
Il referendum costituzionale non prevede quorum: vincerà chi riuscirà a portare più persone a votare. Per questo il Pd è impegnato in tutti i territori, al fianco del Comitato Civico per il NO, per informare e mobilitare.
Anche a Magenta c’è un impegno forte della società civile, delle associazioni e dei partiti che stanno lavorando per costituire un coordinamento per il NO al Referendum costituzionale.
Vi informeremo delle varie iniziative che verranno realizzate.
Non possiamo rimanere in silenzio mentre si tentano di aprire le porte a una DITTATURA DEMOCRATICA.
I nostri Padri Costituenti hanno lottato per una Repubblica libera e giusta; ora è nostro dovere difendere quei valori. Il rischio è concreto: se questa maggioranza dovesse vincere, potrebbero persino eleggere un Presidente della Repubblica servile ai loro interessi.
Dobbiamo essere vigili e attivi. Non lasciamo che il potere venga concentrato nelle mani di pochi. Votare NO è un atto di responsabilità. È un modo per proteggere la nostra democrazia, per salvaguardare i diritti e per garantire un futuro in cui la giustizia e la libertà non siano solo parole vuote.
Lavorare per far vincere il NO significa difendere la Costituzione repubblicana, e per riuscirci abbiamo bisogno che tutti noi ci mobilitiamo per diffondere il più possibile le informazioni.
Per approfondire i contenuti del Referendum costituzionale sulla giustizia:
https://partitodemocratico.it/referendum-costituzionale-giustizia-tempi-quesiti
Sanità lombarda
Il consigliere regionale Carlo Borghetti ci ha aggiornato su quello che è successo nei giorni scorsi in Consiglio Regionale al momento della discussione in aula delle proposte presentate dal Partito Democratico e dai Partiti all’opposizione in merito alla sanità.
Concluso il presidio davanti al Pirellone si è svolta la seduta di Consiglio regionale dedicata alla Sanità che era stata chiesta dalle opposizioni dopo la bocciatura della nostra *proposta di legge* popolare su cui avevamo raccolto 100mila firme.
Il consigliere Borghetti ha illustrato pubblicamente in Aula il documento costruito unitariamente come minoranza contenente le sotto elencate proposte di azioni urgenti per superare le disuguaglianze nell’accesso al Servizio Socio Sanitario Regionale lombardo, garantirne lo sviluppo e sostenerne i professionisti:
1. Aumentare lo stanziamento del fondo sanitario al almeno il 7,5% del PIL;
2. Riorganizzare il sistema lombardo mettendo al centro prevenzione, ASL provinciali, Agenzia sanitaria e selezioni meritocratiche;
3. Fare servizi territoriali, pilastro della sanità regionale, come case di comunità pienamente operative e continuità assistenziale;
4. Assumere e stabilizzare il personale infermieristico, sanitario e sociosanitario, migliorando formazione, condizioni di lavoro e superando i gettonisti;
5. Rafforzare l’Agenzia di Controllo con monitoraggi continui e trasparenti su tutto il sistema;
6. Varare un piano strutturale per i medici di medicina generale: revisione SISS, spazio nelle case di comunità, meno burocrazia e più strumenti;
7. Piano vincolante per abbattere le liste d’attesa e la riforma dell’accreditamento con controlli e sanzioni reali;
8. Garantire più servizi nelle aree montane con personale, telemedicina e risorse dedicate;
9. Potenziare salute mentale e neuropsichiatria infantile con servizi territoriali diffusi e strutturati prevedendo per ogni casa di comunità un’Unità Operativa dedicata;
10. Rendere strutturale l’amministrazione condivisa con il terzo settore in chiave di integrazione sociale-sanitaria;
11. Eliminare l’intramoenia fatta fuori dagli ospedali pubblici perché crea disuguaglianze e confusione;
12. Stop alle convenzioni con fondi sanitari integrativi, mutue e assicurazioni e controlli severi sugli abusi dell’intramoenia;
13. Pubblicare dati chiari sull’attività della sanità pubblica e privata e sulle sanzioni degli abusi.
Poi la discussione e il voto del documento. Si è voluto far votare le proposte una ad una, per essere sicuri che la destra fosse consapevole di cosa stesse votando.
E’ stato detto “NO” tutte e 13 le volte!
Ma la battaglia continua: appuntamento al Pirellone per il 27 e 28 febbraio per la terza Conferenza regionale sul diritto alla salute, quest’anno insieme al PD nazionale, con la Segretaria *Elly Schlein*.
L’evento fa parte del giro di ascolto del Partito Democratico –“L’Italia che sentiamo. Ascoltare le voci del Paese per cambiarlo” – e questo sarà l’appuntamento dedicato a “L’Italia che si prende cura”.
| Appuntamento a Milano, venerdì 27 febbraio a Palazzo Pirelli, in via Filzi 22, e sabato 28 febbraio a Palazzo Lombardia, in piazza Città di Lombardia. Saremo in compagnia di medici, infermieri, professionisti della sanità, ascolteremo i contributi di tanti esperti. |
Vogliamo una sanità equa ed efficiente per tutti, anche per chi non può pagare visite ed esami privati.
L’art.32 della *Costituzione* è la nostra Stella Polare: i lombardi meritano di più.
Link al documento: https://www.quotidianosanita.it/lombardia/lombardia-opposizione-in-presidio-sotto-la-regione-basta-con-il-ricatto-vuoi-farti-curare-paga/
Referendum costituzionale sulla giustizia
In caso prosegua senza modifiche, l’iter anticipato dal Governo, il Referendum costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati ci sarà. Saremo chiamati a votare ma per ora non si sa quando ciò avverrà. Il TAR infatti deciderà il 27 gennaio se annullare o meno il decreto con il quale il Governo, volutamente senza aspettare l’esito della raccolta firme (di cui vi dico qui di seguito), ha fissato per i giorni 22 e 23 marzo la data del referendum.
Ricordiamo che questo è un referendum confermativo per il quale non è previsto il quorum. Ci attende dunque una campagna referendaria che definire importante è un eufemismo.
È stata avviata una raccolta firme per il referendum contro la riforma Nordio: 500mila firme per dire “No” a una riforma che non serve ad avere una giustizia più efficiente ed equa, come ha già ammesso lo stesso Ministro, ma è il tentativo da parte del Governo di indebolire l’indipendenza della magistratura e porsi al di sopra della legge.
Ma perché firmare una petizione per un referendum che comunque è già in programma? La ragione principale è impedire al Governo di anticipare la data della consultazione ai primi di marzo, ora che i sondaggi danno in crescita il fronte del “No”, per avere più tempo per spiegarne le ragioni in campagna elettorale.
Per firmare basta pochissimo tempo. Si può firmare con lo Spid cliccando su questo link
Perché è importante firmare per il referendum sulla giustizia, se è già certo che si farà? Perché il governo Meloni vuole andare al voto quanto prima possibile senza che ci sia un’adeguata informazione e consapevolezza dei cittadini.
Notizia di queste ore è che sono state raggiunte le 500.000 firme! Un risultato che dice una cosa molto chiara: le persone vogliono capire, partecipare, scegliere. In un tempo in cui si prova a ridurre tutto a propaganda, 500.000 persone hanno scelto la partecipazione. In pochissimo tempo, sotto le festività natalizie.
Per affermare che una riforma costituzionale non può passare nel silenzio o nella fretta.
Ed è solo l’inizio, infatti il 16 gennaio nasce il comitato metropolitano e di conseguenza verranno poi organizzate iniziative anche sui territori. Vi teniamo aggiornati.
Per approfondire i contenuti del Referendum costituzionale sulla giustizia:
https://partitodemocratico.it/referendum-costituzionale-giustizia-tempi-quesiti
La Befana si è dimenticata il carbone per alimentare le caldaie delle scuole
Alla Ripresa dalla pausa natalizia anche quest’anno, come ormai avviene da qualche anno, bambini e insegnanti hanno fatto i conti con temperature inaccettabili e giustificazioni imbarazzanti in merito a caldaie avviate tardi o antigelo mancante.
Le scuole sono fredde e cadono a pezzi? Colpa di Città Metropolitana e ovviamente del PD.
Prendiamo l’esempio delle scuole di Magenta: una situazione disastrosa che coinvolge indistintamente infanzia, primaria e secondaria.
Da anni denunciamo questa situazione.
Lo scorso anno a gennaio sono stati gli studenti del Liceo Bramante a scioperare e anche l’anno prima analoghe problematiche hanno portato all’ennesimo sciopero con le stesse motivazioni che avevano indotto Città Metropolitana a precisare con un comunicato la situazione:
“Il 7 gennaio 2024 c’è stato un problema relativo al riscaldamento non dovuto agli impianti gestiti da Città Metropolitana, ma dalla fornitura di teleriscaldamento gestito dalla municipalizzata che non era attivo, e né la scuola né Città Metropolitana erano stati avvertiti. La fornitura è stata ripristinata dalla municipalizzata la sera del 7 gennaio, e Città Metropolitana ha anticipato l’accensione degli impianti alle 3 di notte per garantire la temperatura l’8 gennaio”.
Città metropolitana aveva fornito precisazioni anche in merito alla ricerca di un percorso comune con il Sindaco Del Gobbo: “Il 23 ottobre dello scorso anno si era tenuta una riunione per cercare un percorso da seguire insieme. Eravamo rimasti che il Comune ci avrebbe contattati per verificare un eventuale accordo per la ricerca delle risorse. Ad oggi non abbiamo sentito nessuno”.
Ma guai a parlarne, per il Sindaco sono solo inutili polemiche del PD Magenta.
Quest’anno è toccato al Liceo Quasimodo; una situazione disastrosa, che abbiamo denunciato in ogni sede possibile, dal Comune a Città Metropolitana, senza guardare mai al colore politico, perché la salute e la sicurezza degli studenti, per noi, vengono prima di tutto.
Ma qui c’è un dettaglio che rende tutto ancora più paradossale: la caldaia del Liceo Quasimodo è gestita direttamente dal Comune di Magenta, perché riscalda sia la scuola sia l’edificio comunale.
Dunque, in questo caso non esiste alcuna “scusa” da imputare a Città Metropolitana.
Eppure, anche quando la responsabilità è chiaramente del Comune, il gioco resta sempre lo stesso: scaricare colpe altrove o far finta di niente. Lo stesso silenzio che abbiamo visto anche sulle scuole dell’infanzia e sugli asili nido comunali, dove bambini e insegnanti sono rientrati dalle vacanze con temperature inaccettabili e giustificazioni imbarazzanti in merito a caldaie avviate tardi o antigelo mancante.
Ma allora viene da chiedersi come sia possibile polemizzare ogni giorno con Città Metropolitana, ma non chiedere mai conto seriamente ad ASM, società partecipata proprio dal Comune del proprio lavoro.
PER IL SINDACO DEL GOBBO È SEMPRE COLPA DI QUALCUN ALTRO!
Città Metropolitana, come lo scorso anno, ha emesso un comunicato stampa per chiarire qual è la situazione del Liceo Quasimodo. Tutti gli anni puntualmente gli studenti e le famiglie lamentano i problemi relativi al freddo nelle aule e con il sostegno del Partito Democratico continuiamo a sollecitare l’amministrazione che come un disco rotto chiama in causa esclusivamente l’immobilismo di Città Metropolitana e il disinteresse del Sindaco Beppe Sala.
Interessante la lettura del Comunicato Stampa di Città Metropolitana. Ne riporto uno stralcio:
“….. Si tratta di una questione nota da diversi anni. Gli uffici tecnici della Città Metropolitana hanno più volte segnalato formalmente al Comune di Magenta la necessità di un intervento risolutivo e strutturale sull’impianto (sostituzione o potenziamento della caldaia, adeguamento della centrale termica, eventuale separazione dei carichi termici). Ad oggi, nonostante le reiterate sollecitazioni, non è stato realizzato alcun intervento definitivo. Abbiamo appreso dagli uffici tecnici comunali che è stata programmata l’installazione di una nuova caldaia nel corso della prossima estate 2026. …”
Per leggere il testo completo cliccare su questo link Comunicato stampa Città metropolitana.
